Esiste un’età che la scienza ha reso possibile ma che la cultura non ha ancora imparato a abitare. Non è la terza, quella del pensionamento e della mobilità che si riduce. È la quarta, quella degli ottantenni che viaggiano, studiano, si innamorano, cambiano idea. Quella in cui si può essere ancora pienamente dentro la vita, con tutto il peso e la ricchezza di ciò che si è vissuto. Eppure questa stagione viene ancora guardata con condiscendenza, ridotta a un elenco di ciò che non si riesce più a fare, privata della sua complessità e della sua dignità.
Si chiama ageismo, ed è probabilmente il pregiudizio più normalizzato che abbiamo.
Il termine fu coniato negli anni Settanta dallo psichiatra americano Robert Butler, premio Pulitzer, per descrivere la discriminazione sistematica fondata sull’età. Da allora la ricerca ha accumulato prove di quanto questo fenomeno sia pervasivo e dannoso. Secondo l’European Social Survey, l’ageismo risulta più diffuso di razzismo e sessismo nei paesi europei. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel suo Global Report on Ageism del 2021, stima che una persona su due nel mondo nutra almeno un atteggiamento ageista, spesso senza rendersene conto. Lo commettiamo quando parliamo più lentamente a una persona anziana, quando ci stupiamo che usi uno smartphone, quando attribuiamo ogni suo sintomo al normale decorso dell’età invece di indagare, quando smettiamo di chiederle cosa pensa del mondo.
Le conseguenze di tutto questo non sono soltanto simboliche. La ricerca della psicologa Becca Levy della Yale University dimostra che le persone esposte regolarmente a stereotipi negativi sull’invecchiamento vivono in media sette anni e mezzo in meno rispetto a chi ha un’immagine positiva di questa fase della vita. Sette anni e mezzo: più di quanto non guadagni smettendo di fumare. Il corpo risponde letteralmente alla narrazione che la società costruisce attorno a noi. E quella narrazione, in Italia come altrove, è ancora troppo spesso una narrazione di perdita, di declino, di peso sociale. Borella e Carbone (2020) hanno mostrato come gli stereotipi sull’età influenzino in profondità la motivazione, la cognizione e la capacità delle persone anziane di raggiungere i propri obiettivi, accelerando quel declino che pretendono soltanto di descrivere. I dati demografici italiani rendono questa riflessione urgente. Secondo il Rapporto ISTAT 2025, quasi un quarto della popolazione italiana, il 24,7 per cento, ha almeno 65 anni, e le persone di 80 anni e più hanno raggiunto i 4 milioni e 591mila. La speranza di vita alla nascita ha toccato gli 81,4 anni per gli uomini e gli 85,5 per le donne. Le previsioni indicano che nel 2050 gli ultrasessantacinquenni rappresenteranno il 35,9 per cento della popolazione totale.
Stiamo diventando un paese di quarte età, e non abbiamo ancora costruito un immaginario culturale capace di accoglierle.
Il programma nazionale Age-It, che si propone di trasformare l’Italia in un polo scientifico internazionale per la ricerca sull’invecchiamento, rappresenta un tentativo concreto di colmare questo vuoto sul piano scientifico. Ma la scienza da sola non basta: occorre un cambiamento nelle rappresentazioni condivise, nel linguaggio, nello sguardo. Erik Erikson, uno dei padri della psicologia dello sviluppo, considerava la tarda età come il momento dell’integrità: la possibilità di guardare indietro con senso, di raccogliere i fili di una vita intera e farne qualcosa di coerente, di trasmettere agli altri ciò che si è imparato. Non è una consolazione, né una retorica del buon invecchiamento. È un compito psicologico profondo, che richiede coraggio, riflessione e un contesto sociale che lo renda possibile. Quando invece la società riduce l’anziano a destinatario passivo di cure, lo priva di quello spazio. Lo svuota del suo ruolo di soggetto generativo.
Il progetto europeo ELDERLY STEREOTYPES, che ha analizzato i dati di oltre 56.000 persone provenienti da 29 paesi nell’ambito dell’European Social Survey, ha mostrato qualcosa di importante: gli stereotipi legati all’età sono malleabili. Non sono incisi nella pietra. Con interventi strutturati e intenzionali, le percezioni cambiano. Il programma imAGES, sviluppato nell’ambito dello stesso progetto, ha dimostrato che è possibile modificare gli atteggiamenti ageisti attraverso percorsi educativi specifici, sia nella popolazione generale che tra i professionisti della salute. Questo apre una prospettiva diversa: l’ageismo non è un destino, è un apprendimento che può essere disimparato. Sul piano collettivo, alcune società stanno già tracciando strade nuove. In Giappone, paese con uno dei tassi più alti di ultra-ottantenni al mondo, si sperimentano quartieri intergenerazionali in cui asili nido e case di riposo coesistono, dove il contatto tra infanzia e vecchiaia non è l’eccezione ma la norma. In Italia, la Legge Delega 33 del 2023 ha iniziato a muoversi nella stessa direzione, indicando tra i suoi obiettivi la promozione dell’invecchiamento attivo, il contrasto all’ageismo e lo sviluppo di comunità urbane pensate per tutte le età. Non è ancora abbastanza, ma è un segno che qualcosa nella cultura politica si sta spostando.
Sul piano personale, il cambiamento comincia dal linguaggio interiore. Smettere di misurare sé stessi in termini di perdita e cominciare a riconoscere ciò che si guadagna con gli anni: la capacità di distinguere l’essenziale dal superfluo, la libertà da molte aspettative sociali, una relazione con il tempo più consapevole e meno ansiosa. La quarta età non è soltanto una somma di anni vissuti: è una prospettiva che si affina, una forma di intelligenza della vita che si costruisce solo attraversandola. La ricerca in psicologia positiva ha mostrato che le persone anziane mostrano spesso una regolazione emotiva più raffinata rispetto ai giovani adulti, una maggiore capacità di apprezzare il presente e di selezionare le relazioni significative. Questi non sono dati consolatori: sono dati reali, che la narrativa dominante sull’invecchiamento semplicemente ignora.
Crescere, in senso profondo, non è qualcosa che si smette di fare a una certa età.
È un processo che dura quanto dura la vita, e che nella quarta età può prendere forme che nelle stagioni precedenti non erano possibili. Quello che dobbiamo rivoluzionare non è l’invecchiamento: è la nostra capacità di immaginarlo. L’età che non avevamo immaginato è già qui, abita tra noi, lavora e ama e pensa. Tocca a noi imparare a vederla.
